Una macchina da guerra

Se non chapeau, poco ci manca. Il decreto liberitutti con il quale ieri il governo Monti ha polverizzato circa quindici anni di politica dai buoni propositi e ineffettuali va decrittato con cura. Ma è già di suo un segno potente, è il rombo di una macchina che avanza. E con un disegno abbastanza chiaro, nella sua apparente neutralità tecnica: liberalizzare, defiscalizzare, disboscare.
7 AGO 20
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Se non chapeau, poco ci manca. Il decreto liberitutti con il quale ieri il governo Monti ha polverizzato circa quindici anni di politica dai buoni propositi e ineffettuali va decrittato con cura. Ma è già di suo un segno potente, è il rombo di una macchina che avanza. E con un disegno abbastanza chiaro, nella sua apparente neutralità tecnica: liberalizzare prima ancora che privatizzare (dalle infrastrutture ai trasporti locali), defiscalizzare de facto aprendo i mercati alla concorrenza (sopra tutto nel campo dell’energia), disboscare rendite di posizione stratificate (dalle assicurazioni alle licenze dei taxi, passando per ordini professionali e farmacie) e illuminarne altre sulle quali intervenire in un secondo e non lontano momento (beauty contest).

Gli argomenti con i quali il Preside e i suoi colleghi a Palazzo Chigi hanno enumerato l’insieme dei provvedimenti poggiano sull’implacabilità del buon senso e su un’alta considerazione del proprio lavoro. Certo si poteva fare altro (banche), si poteva fare di più (taxi) o si poteva dirigere altrove il ferro caldo del governo (e si potrà ancora, in Aula). E’ un’ovvietà, ma è a tale serbatoio old fashion che il ceto politico disincarnato dal corpo del comando ha deciso di attingere. Né il Pdl né il Pd hanno offerto l’impressione di aver realizzato che non sarà un fiancheggiamento dissimulato, tiepido e cavilloso nei confronti dell’esecutivo, a liberarli dal limbo in cui vagolano.